Di scarpe e tacchi a spillo

Di scarpe e tacchi a spillo

Niente tamarrate, rivoglio quelle alte da basket. E le donne, lassù in cima: come fanno?

Da tipico maschio fashion unconscious (che vuol dire molte cose anche non delittuose, ma non divaghiamo) non ho mai davvero riflettuto sulle scarpe. 

Il mio è un approccio puramente funzionale. 

La mia scarpa ideale deve avere le seguenti caratteristiche, sfortunatamente non cumulabili in un unico paio:

  1. Tomaia morbida, che non irriti il piede.

  2. Suola in gomma, che voglio una buona presa e il ticchettio del cuoio mi irrita.

  3. Traspirante all’interno e impermeabile all’esterno.

  4. Calda d’inverno e fresca d’estate.

  5. Pianta larga, che sono alto e ho bisogno di una buona base d’appoggio.

  6. Semplice da indossare e allacciare (anatema di fronte a stringhe troppo corte o complicate fibbie custom, che non ho tempo da perdere).

  7. In definitiva, comoda da indossare a lungo, anche in caso di lunghe camminate.

Esteticamente prediligo modelli sportivi ma sobri, niente tamarrate in stile anni ‘90. 

 

Tutto molto semplice, lineare, per niente interessante.

 

Guardandomi indietro, ricordo scarpe in cui sono stato molto bene e altre in cui sono stato molto male. Ma se devo ricordare una particolare emozione associata a una scarpa, mi viene in mente solo la prima scarpa da basket “seria” che abbia mai avuto, da indossare esclusivamente sul campo di gioco al posto delle normali scarpe da ginnastica. Erano di quelle alte, che sostengono le caviglie, e me le ricordo fighissime. E da allora ho sempre guardato con sospetto la moda pezzente di chi portava le Converse nella vita di tutti i giorni in nome di uno street style da pantofolai. Anni dopo, studiando fisica all’università, ricordo anche le domande che mi facevo sul funzionamento dei battistrada su scarpe e pneumatici (tecnicamente parlando non è proprio un problema banale), col conseguente dubbio se davvero nella vita quotidiana avessimo bisogno di un coefficiente d’attrito da trattore ucraino. 

 

Poi ci sono le scarpe degli altri (leggasi: delle donne), e questo è tutto un altro discorso.

I tacchi. Soprattutto sono i tacchi.

Esteticamente apprezzo, e immagino che l’apprezzamento universale risolva ogni perplessità, ma a volte mi chiedo come facciano a indossarli.

Qualche anno fa sono stato a San Pietroburgo per questioni che riguardavano i fumetti, ospite del locale Istituto Italiano di Cultura

Dovete sapere che in Russia la prima cosa che si nota scendendo dall’aereo è quanto le ragazze si curino e tengano al loro aspetto. Giuro. Sembra una banalità sciovinista ma è la pura verità: in Russia una ragazza si veste per andare al supermercato come qui si vestirebbe per andare a un party o, se vuol esser sobria, a un esame di laurea.

È senz’altro un bel vedere, e su una nota meno frivola è l’altra faccia della medaglia di una situazione che, in una società che dà ancora molto peso ai valori familiari, vede donne tostissime tirare avanti la baracca a fronte di mariti ubriaconi. Poi ci si stupisce se c’è chi va là a cercarsi moglie. Ma di nuovo, divago.

 

E insomma sono a San Pietroburgo, e da buon appassionato d’arte voglio, fortissimamente voglio, visitare l’Ermitage. Nonostante gli dica che non serve, l’Istituto di Cultura arrangia per una guida, per me e un altro tizio, una specie di ragionier Filini che era lì per tutt’altre questioni.

Al luogo dell’appuntamento ci si trova di fronte a questa ragazza bellissima, elegantissima, biondissima, occhi azzurri, alta, ancor più slanciata da due vertiginosi tacchi a stiletto. Io e il Filini si resta senza parole, che però tornano subito perché la tipa è anche di ottima conversazione e parla un italiano perfetto.

Chiacchierando amabilmente si arriva all’Ermitage, e qui cominciano i problemi. In teoria all’interno i tacchi alti sarebbero vietati, ma l’inserviente, donna pure lei, prima finge di rimbrottarla e poi la lascia entrare.

Tac! Tac! Tac! Il ticchettio dei tacchi risuona con eco cristallina negli ampi saloni del Palazzo d’Inverno.

Ora, non so voi ma io nei musei macino chilometri. Cerco attivamente le opere, vado avanti e indietro, passo e ripasso. C’è Rembrandt. C’è Raffaello. C’è Bruegel. Non so se mi spiego.

Dopo un po’ la povera ragazza non riesce più a starmi dietro. I tacchi alti la stanno uccidendo, deve sedersi di continuo. Quando diventa chiaro che lei non ce la fa proprio più, senza la minima esitazione prendo l’unica decisione degna di un uomo: la mollo col Filini e me ne vado per i fatti miei. Ma prima mi tocca rincuorarla, che lei si sente in imbarazzo, pensa di esser venuta meno ai suoi doveri. E in quel momento mi dispiace veramente per lei, così bella, così elegante sui suoi tacchi a spillo e così responsabile, con un’etica del lavoro che in Italia te la sogni.

Mentre mi allontano vedo il Filini ringalluzzirsi, che del resto ci seguiva con l’entusiasmo del turista che visita musei al solo scopo di credersi intelligente. Li lascio e non mi preoccupo, che una così un Filini se lo rigira come le pare. Andandomene le lancio un sorriso d’intesa, chissà se lo coglie.

 

[Photo Credits abstract: GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images]

Reporter:

Giovanni Russo, coordinatore di Lucca Comics e giurato al Comics Jam

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